Recensioni - Massimo Galuppi

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Recensioni

  
Johnny Farabegoli, presentazione della collettiva "Onirici realismi", Cesena Galleria del Loggiato nov-dic 2015

Massimo Galuppi partendo da una reinterpretazione semantico-coloristica di immagini fotografiche, quali vere e proprie "sinopie virtuali", ci restituisce, in una forma sapientemente sublimata, una serie di sguardi prospettici multipli sulle nostre città. Qui i colori, attraverso un attento processo kenotico, gradualmente si liberano da quella sostanza prima che è il color nero, per trasformarsi, quasi per inevitabile "reazione chimica" a contatto con la luce, in tratto colore-luce, forma-luce viva che segna e delimita il profilo mutevole di strade, piazze, edifici e particolari architettonici, gli stessi che abitano lo spazio delle nostre mutevoli percezioni quotidiane. Vedute, quindi, oniricamente realistiche, dove il colore-forma attraverso le sue molteplici metamorfosi interne finisce col restituirci non una semplice e banale rappresentazione, ma la fonte prima sorgente di una percezione urbana reale.

Johnny Farabegoli è architetto, docente di Architettura sacra all’ISSR di Rimini e responsabile dei Beni Culturali della Diocesi di Rimini

  
Attilio Bazzani, catalogo della mostra Pittori astrattisti in mostra a Cesena, Galleria Ex Pescheria giu-lug 2006

l colore, il pennello e la tela sono, da sempre, gli strumenti più semplici per svolgere l'attività pittorica. Massimo Galuppi è, invece, un'artista che, come pochi altri, impiega mezzi espressivi diversi. Le immagini, ideate nella sua fantasia creatrice, le costruisce con la grafica digitale. A questo primo atto fa seguire un complesso lavoro di manipolazione, disgregazione e ricostruzione. Il terzo movimento è rappresentato dalla campitura dei colori, usati e dosati con attenta cura e parsimonia. Un altro tratto non comune, anzi singolare, del Galuppi è il modo con cui si serve del bianco e del nero, in particolare di quest'ultimo, vera "pietra filosofale" della ricerca galuppiana, che sa dare forma vitale all'informale.

Attilio Bazzani, saggista, ex dirigente scolastico, già presidente dell'associazione degli artisti cesenati ADARC

  
Ambra Marzocchi, presentazione del catalogo della mostra "Zuccheronirico", Cesena, Galleria Cesuola, 3-18 marzo 2007


Dopo la partecipazione nel novembre 2005 all'esposizione collettiva alla Galleria comunale del Loggiato a Cesena, ossimoricamente intitolata “Onirici realismi”, Massimo Galuppi torna a proporre nei termini del suo peculiare onirismo una sua interpretazione pittorica di quella porzione di Cesena che di recente è stata pregevolmente riconfigurata all'insegna di istanze urbanistiche assieme pragmatiche – integrazione funzionale articolata – ed ideali – di spiccata comunitarietà civile –.  
In verità, il titolo (“ZuccherOnirico”) prescelto per l'ultima mostra, quella marzolina alla Galleria comunale nel Vicolo del Cesuola, ambisce a ben più che addurre il referente oggettuale dell'iniziativa artistica (cioè il quartiere cesenate dell'ex Zuccherificio) e la coordinata di poetica che ha guidato l'artista (la cifra 'onirica', per l'appunto). A ben indagarlo, esso introduce ad un livello di esegesi più stratificato, e pescante fino a tale profondità da pervenire ad intercettare una preziosa vena di etica – che è altro dal moralismo, si badi – civile (che l'efficacia di ogni allusione stia in proporzione diretta con la sua discrezione, non occorre qui rimarcare). Basti meditare già soltanto sull'espediente grammaticale che anima il titolo, la crasi (evidentemente congeniale a Galuppi, che con essa ha forgiato anche la denominazione dell'associazione culturale che presiede, SpazInMente). Essa si compiace di fondere due termini – 'zucchero' e 'onirico' – che, a ben intendere, valgono come reciproco, strisciante, completamento, anzi reindirizzamento del loro senso apparente (un senso che, si noti, risulta peraltro già gonfio per la pluricità di valenze che nel contesto del quartiere cesenate è chiamato a rivestire il riferimento allo zucchero). Difatti, solo che a “zucchero” si attribuisca la accezione gergale di “eroina”, si otterrà di allontanarsi dall'àmbito degli idrati di carbonio prodotti dalla lavorazione della barbabietola che in questa area cittadina ha avuto luogo per molti decenni del XX secolo, e pervenire ad artificialità di paradisi di stupefacenza, altrimenti valutabile che in termini architettonico-artistici.  
Onirismo ironico, dunque? Non esclusivamente né privilegiatamente: giacché non privo di relazione con l'istanza di socialità implicata in un progetto urbanistico – quale la riqualificazione dell'ex Zuccherificio è - di valore civile – non solo civico –, vale a dire capace di compenetrare funzionalità, arte e (in accezione etimologica) politica, innescando così la metamorfosi della città da urbs in polis. Che è auspicio condiviso da Galuppi: a confermarlo basti la sua più recente personale prima di questa marzolina, a cavaliere degli anni 2005 e 2006, al Centro Culturale Multimediale Il Bastimento di Rimini, sintomaticamente intitolata “CittàPolis”.

Ambra Marzocchi è Teaching Assistant in Classics, Johns Hopkins University, Baltimora - Usa

    
Bruna Iacopino, in Orvietosi.it, recensione alla collettiva "Equilibri sospesi" realizzata ad Orvieto, Chiostro di San Giovanni, luglio 2007

« [...] le raffinate geometrie architettoniche di Massimo Galuppi ... le forme rappresentate da Galuppi sono sottoposte ad una sorta di mutazione "genetica" data dal supporto delle nuove tecnologie e trasposta in chiave pittorica; il ripetersi di motivi sottratti alla regolarità urbanistica consente dunque di assistere alla genesi di forme nuove e intrise di vita propria».

Bruna Iacopino è giornalista e critica d'arte
  
Ambra Marzocchi, Interpretazione mental-emozionale dell’opera galuppiana
16 Dicembre 2010

E' inconfondibile la qualità pluridimensionale dei dipinti di Galuppi. Quella loro complessità (de)costruttiva di accostamenti e di sovrapposizioni, che in maniera così singolare ed originale (dunque riconoscibile) ottiene di approfondire i suoi dipinti in ambo le direzioni – orizzontale e verticale – previste dallo schermo pittorico. Nelle opere galuppiane invero sempre si constata una bidimensionalità controversa, si direbbe recalcitrante a dover – per statuto pittorico – rinunciare alla terza dimensione, quella che è propria, costitutiva, ed anzi essenziale, del (s)oggetto architettonico (di cui la pittura di Galuppi è cantrice).  
Anzi, la interiore movimentata molteplicità della superficie ritratta mai s'acquieta nella levigatezza bidimensionale pittoricamente attesa, inficiata sempre com'è dall'emergere materico di sottili presenze aggettanti, quegli innervati filamenti di pasta deposti in contrasto cromatico, a rivendicare alla reinventata architettura dipinta la caratteristica qualificante – e non solo in senso architettonico – di “avere spessore”. Quali, infatti, impalcature metalliche a sorreggere i lavoranti impegnati nel rifacimento di un edificio in ristrutturazione, così le “canalette linfatiche” di smalto profilano le porzioni (ritorte, distorte e riconfigurate dalla mano dell'artista) dell'architettura prescelta, a rilevarsi come trama e fascino di ragno che alletta e attrae fatale l'insetto. C'è infatti una catturante potenza di attrazione entro il reticolo irregolare di tali cellule dai profili rilevati in pasta color biancastro o argenteo o azzurrato o nero. C'è l'imponderabile e lo schiocco della crosta terrestre che si crepa nel moto vitale della peculiarissima tettonica archi-tettonica messa su tavola da Galuppi.  

Ambra Marzocchi è Teaching Assistant in Classics, Johns Hopkins University, Baltimora - Usa
Renato Loris Mariotti, Massimo Galuppi [2010]


Massimo Galuppi è un pittore i cui soggetti privilegiati sono le architetture contemporanee, internazionali ma anche locali, come dimostra un ciclo pittorico (16 quadri) interamente dedicato al quartiere ex Zuccherificio di Cesena. Le sue opere, di figurazione non accademica, sono riconducibili a uno stile che si situa nello snodo tra formale e informale - con influssi di digital art nella strutturazione compositiva ed un uso del colore insieme carnoso e irreale - e occupano una posizione originale nel panorama artistico non solo cesenate.

Renato Loris Mariotti, è stato architetto, ambientalista e organizzatore culturale

  
Testo di Ambra Marzocchi [2011]

[…]  C'è l'imponderabile e lo schiocco della crosta terrestre che si crepa nel moto vitale della peculiarissima tettonica archi-tettonica messa su tavola da Galuppi. L'arte di questo pittore ha una inconfondibile qualità pluridimensionale in virtù di una complessità (de)costruttiva di accostamenti e di sovrapposizioni [...] e in essa sempre si constata una bidimensionalità controversa, si direbbe recalcitrante a dover – per statuto pittorico – rinunciare alla terza dimensione. In tale scardinamento ed intimo sommovimento del solido architettonico in ricomposizioni altre, in riattuazioni dell'esistente, dunque nella rigenerazione alternativa del costruito (ossia del reale), in ciò, risiede la maggior scintilla di attrazione nella poetica pittorica di Massimo Galuppi.  
[…] Nell’opera galuppiana, scodellato su tela è niente meno che lo statuto della precarietà d'esistere. Instabilità, sospensione, indecisione, inconcludenza, insoddisfazione: in definitiva, quella che il pittore astrattista e mistico Massimo Galuppi sunteggia è la finitezza dell’uomo, (ri)scoprendo dalla sua prospettiva originalissima incastrata fra architettura, fotografia e pittura, che il minimo comune denominatore strutturale dell’uomo è il mutamento, è vento, è polvere: quella biblica “polvere”, che – pur con tutti i rimescolamenti accidentali che potrà subire – ritornerà comunque sempre polvere.  
Tanto più spettacolare, allora, che non ne discenda un senso tragico dell’esistere. Perché anzi, proprio quel sagace ed autoironico invito, che le tessere pittoriche ed architettoniche galuppiane ci insinuano, a continuamente riconsiderarsi, per rigenerarsi, quell’essere loro custodi di uno spirito di trasmutazione perpetua vivificante, ebbene ciò risulta essere sorgente di conforto. Almeno per chi veleggia in tale nostra piega generazionale ed epocale signoreggiata da una espansa precarietà. Sarà allora forse anche per tale insospettata attualità di farmaco che le misture architettoniche del mago Galuppi agiscono come iniezioni di propositività, stimolatori di costruttività ed incantesimi di fiducia.

Ambra Marzocchi è Teaching Assistant in Classics, Johns Hopkins University, Baltimora - Usa

    
Antonio Dal Muto, recensione sull'opera di Massimo Galuppi, in RIFLESSIONI CRITICHE SULL'ARTE CONTEMPORANEA. ARTISTI DI AMBITO ROMAGNOLO, VOLUME QUARTO, A CURA DI ANTONIO DAL MUTO Critica 2011

Gli articoli di critica d'arte pubblicati sul Corriere di Romagna nel corso dell'anno 2011, costituiscono il corpus di questo quarto volume, dedicato agli artisti che si sono avvicendati nel territorio.  

[…]

Massimo Galuppi
Il giorno 13 scorso, giorno inconsueto, ha inaugurato la sua esposizione Massimo Galuppi, sala Endas di Corso Mazzini. L'esposizione si articola lungo la tematica “Spazi e Architetture Urbane”. Vedendo le opere di questo architetto cesenate, si realizza come il percorso narrativo abbia subito un'accelerazione verso forme concettuali che solo apparentemente sembrano aver lasciato la visione progettuale di agglomerati urbani, forti espressioni di un preciso excursus progettuale: le città, la città o scorci urbani che dir si voglia, pur scendendo al compromesso di una visione disgregante delle forme, rimangono i luoghi di impegni sociali, di tensioni urbane e dalla apparenza feroce di gabbie che rinchiudono la invisibile presenza umana  piuttosto che accoglierla. Galuppi articola la sua visione dello spazio urbano parallelamente, in senso contrario, all'esperienza di Giuseppe Arcidiacono, altro architetto, il quale però più che disgregare la sua visione architettonica di città, la stravolge con l'aggiunta di elementi che richiamano fortemente la metafisica, rimanendo fedele alla visione e al riconoscimento dei soggetti di partenza; una strada totalmente diversa da quella di Galuppi che non stravolge la realtà, ma la concettualizza passando attraverso il processo di ri-creazione della stessa portando agli estremi la sua visione, facendole assumere un aspetto quasi informale. Scelta che non significa disgregare, ma rielaborare l'intima visione della realtà la quale rimane sempre presente e rimane concreto il cammino inverso di ri-aggregazione delle forme originali.
Nel far questo Galuppi ha seguito non un impulso creativo o una narrazione casuale, bensì ha inseguito un processo coerente di elaborazione del suo concetto di “spazio e architettura urbana”: un cammino a doppio senso di circolazione, verrebbe da dire.
Questo passaggio appare dall'esame dell'opera “1-Zucc 1” in cui la ciminiera dell'ex zuccherificio concretizza un primo piano sul cui sfondo fanno da coro altre strutture sempre riconoscibili, benché siano tutte armonizzate da un procedere pittorico ed estetizzante; dall'altro lato, l'opera “Cappella Notre – Dame du Haute (interno)” la visione viene sintetizzata al massimo per cui le luci e le ombre abbandonano il loro percorso naturale per diventare campiture geometriche contrapposte ma armoniche, secondo la visione rielaborata della spazialità architettonica di questo suggestivo interno. Ma c'è anche un'altra chiave di lettura che si affianca a quella estetico-narrativa, mi riferisco alla dimensione sociologica della sostanza urbana, della sua struttura, delle sue finalità che non sono solo quelle abitative: il volto della città galuppiana è apparentemente amico dell'uomo e ha forti attinenze con la città-lager del pittore meldolese Enrico Lombardi, sebbene più accogliente, essa rimane città dalle forti problematiche sociali, forze che disgregano, appunto, l'unità progettuale.

Antonio Dal Muto è giornalista e critico d'arte
  
Johnny Farabegoli, Massimo Galuppi [2009]

I cicli pittorici prodotti negli ultimi anni dal pittore Massimo Galuppi hanno ricevuto, in più occasioni, un meritato riconoscimento, sia da parte di un pubblico interessato, che di una critica attenta. Ciò che qui interessa segnalare di questo itinerario espressivo non è tanto l’originalità dei temi oggetto dell’opera di Galuppi – seppur unici  –, quanto la necessità poetica di svolgere la propria indagine pittorica a partire dall’osservazione attenta della città contemporanea. […] il cui percorso, un po' schematicamente, lo si può anche pensare quale interazione tra macrocosmo dello spazio urbano e microcosmo del corpo architettonico[…].
Un percorso, quindi, che dispiegandosi da un primo ciclo, CittàPolis, in cui palinsesti di colore e forme reinterpretano l’articolarsi di ipotetiche stratificazioni urbane, si sofferma poi, sulle poetiche interpretazione degli spazi pubblici del quartiere ex Zuccherificio di Cesena di Gregotti, là dove il principio insediativo fondato sul tema della piazza quale nucleo aggregativo attorno al quale si articola lo spazio urbano viene rielaborato in uno spazio “sospeso”, trasfigurato in oniriche dissolvenze prospettiche. Quasi come in un successivo passaggio di scala urbana, troviamo poi alcune visioni più dettagliatamente architettoniche, quali la “composita” torre del centro meteorologico di Barcellona di Alvaro Siza, o il “metafisico” volume del cimitero di San Cataldo a Modena di Aldo Rossi, (si veda anche lo “scomposto” equilibrio cromatico della torre di Hans Kollhoff a Berlino). L’ultimo ciclo, SacerArch, sviluppa, più specificatamente, istanze cariche di sacralità, mediante la rilettura di due architetture complementari: l’asciutto espressivismo, quasi metafisico, dell’interno della cappella Notre-Dame du Haute a Ronchamp di Le Corbusier e l’equilibrato lirismo della chiesa della Sacra Famiglia a Genova di Ludovico Quaroni. […]
In conclusione: nessun intento “rappresentativo” pervade queste visioni, le quali appaiono voler additarci, semplicemente, “segni sospesi” di una ricomposta e meditata bellezza in questa nostra contraddittoria contemporaneità.

Johnny Farabegoli è architetto, docente di Architettura sacra all’ISSR di Rimini e responsabile dei Beni Culturali della Diocesi di Rimini
  
Michele Andrea Pistocchi, Massimo Galuppi: La Pittura. Mostra antologica. 2011

La produzione pittorica di Galuppi, assai ampia come numero di tele e altri supporti dipinti, si impernia in tutto il suo svolgersi su un unico tema: l'architettura. Per la verità non si tratta di elementi architettonici in quanto tali. Si tratta di scomposizione architettonica.
Da quando l'uomo ha saputo maneggiare le arti della matematica e della raffigurazione grafica si è dilettato di creare inganni ottici per il puro piacere della sorpresa e della curiosità. Maggiore era la veridicità della pittura più era stimato l'artista. Una corrente della nostra Arte è quella di poter “far sognare”, illudere, sorprendere il riguardante con giochi, fantasie, maestrie degne di un vero mago. Il mondo dell'Architettura non fu diverso in questo da quello della Pittura: la volontà di grandezza e di potenza fece sì che agli architetti fu assegnato il compito di stupire, di ammaliare, di estraniare, di ingigantire, di accrescere; in poche parole: di creare qualcosa che in verità non c'era, qualcosa “in più” oltre alla realtà vera e propria: una seconda realtà.
L'uomo, a questo punto, è completamente estraniato dalla sua realtà effettiva: non sa più distinguere cosa sia reale e cosa sia illusorio. Si è venuto a creare un caleidoscopio di possibilità. Il risultato è quello che si può sperimentare entrando in una Casa degli Specchi di un Luna Park.
Dove finisce il “mio” spazio? Dove ha inizio quello non reale? Esiste un non-spazio? Esiste ciò che io vedo o è un'illusione? Chi ha ragione?
Stando all'interno dell'illusione, del gioco di straniamento, nell'universo onirico, tutto è possibile. Lo spazio può essere creato e disfatto a nostro piacimento, come nei sogni lucidi. Essendo consapevoli di essere nell'illusione, possiamo plasmare la realtà a seconda della nostra volontà.  
La produzione di Galuppi pare affondare le sue radici in questa filosofia. Il primo passaggio avviene attraverso la traduzione in fotografia di un'architettura concreta. Si attua così il fondamentale spostamento della realtà dal piano tridimensionale (architettura concreta) a quello bidimensionale (immagine architettonica). Questo spostamento permette all'artista di considerare le volumetrie e le linee come campi cromatici anziché come “vuoti” e “pieni”. Non esiste un'alternanza tra uno sbarramento e un accesso: tutto è penetrabile, tutto è intersecabile. Sono tutti tasselli caratterizzati da una vibrazione cromatica dallo spessore non identificabile e dalla funzione inesistente. Cancellare la funzione architettonica degli elementi significa entrare immediatamente in un universo che non è quello della realtà tangibile. Smontare le architetture è l'operazione di chi sta destrutturando ciò che è stato costruito per vivere in quell'insieme di forme concrete. Per proporre una visione alternativa di un universo parallelo a quello visibile è necessario agire seguendo i passaggi descritti: moltiplicazione degli spazi alla potenzialità dell'infinito e conseguente perdita di orientamento. Nulla è vietato, perché gli elementi si combinano secondo un nuovo criterio rispetto a quello dell'architettura-architettonica. Siamo nel mondo dell'architettura-mentale, dove un pilastro non solo non ha più la funzione di sostegno, ma non si può più definire “pilastro”. È un “coso” la cui unica caratteristica è quella di essere di una certa dimensione bidimensionale e di un certo colore. Siamo entrati nel magico mondo delle energie. Come dicono gli sciamani e come racconta Castaneda negli insegnamenti di Don Juan, le cose che vediamo in verità sono illusioni. L'unica verità è che ogni cosa ha una data energia, che si diffonde nello spazio circostante e ogni energia è connessa con le energie vicine. Per questo nei dipinti di Galuppi è difficile esser sicuri di riconoscere delle forme, delle architetture. Al primo impatto è possibile accostarsi all'immagine pensando: «Ah, guarda: un grattacielo!». Poi però ci accorgiamo che non è solo quello, ma che “dentro” quello (sopra, sotto, di fianco...) ci sono altri elementi che pongono in dubbio quanto abbiamo affermato. Sono elementi (energie) che destabilizzano la nostra realtà, che minano la sicurezza di voler dare un giudizio su ciò che stiamo vedendo. Potremmo quindi dire che le composizioni galuppiane sono realizzate con cromo-energie giustapposte in un insieme armonico.
Passando in rassegna la produzione pittorica di Galuppi ci si accorge che essa è interamente dominata da due universi: il primo è quello dei colori bluastri (accordi di blu, azzurro, grigio, nero), il secondo è quello dei colori ocracei (ocra, arancio, giallo, oro). Sono i due mondi del Cielo (o Aria) e della Terra. Non si può stabilire chi dei due abbia la meglio sull'altro: non c'è un vincitore, non c'è una disputa tra gli Elementi della Natura. L'universo galuppiano è fondato sulla dualità cromatica ed energetica, come lo Yin e lo Yang. Ė un equilibrio degli opposti. La dualità pervade tutta la produzione dell'artista, financo nei titoli delle esposizioni negli anni passati: CittaPolis, ZuccherOnirico, ArchitArt, SacerArch, AmbientArt. Sono tutti giochi di parole bi-composti.  
In questo universo cromo-energetico non esiste un “dritto” e un “rovescio”, non c'è un “giusto” e uno “scorretto”. Tutto è possibile. Tutto è nella sua trasformazione.
E non siamo nemmeno del tutto sicuri che, dopo che ci siamo voltati, il dipinto resti fermo così come l'avevamo visto poco prima.
Michele Andrea Pistocchi è storico e critico d'arte, a lui si devono importanti lavori sulla storia e l'arte romagnola e cesenate

Michele Andrea Pistocchi, Massimo Galuppi – Pittura 2012 Cromoenergie, Cesena, Ex-Pescheria, maggio 2012

La pittura di Massimo Galuppi, artista ormai noto al pubblico cesenate e romagnolo, si fonda sulla scomposizione in figure e forme primigenie (o “pure”) di opere tridimensionali. Dalle tre dimensioni della realtà visibile e fisica si passa ad un piano illusorio e bidimensionale. La vasta produzione del pittore cesenate, incentrato da anni sul tema architettonico, trova in questo nuovo anno una nuova via di sperimentazione. Quasi del tutto abbandonati alle spalle i quadri urbani, le scene cittadine, gli spazi delimitati dall'architettura industriale e religiosa, si giunge in un universo dove la frammentazione delle forme si lega alla natura dell'acqua e della energie naturali. Dopo opere di transizione (Montiano 2011, Manhattan 8) che costituiscono un ponte tra la concezione spaziale tipicamente galuppiana, attraverso un percorso coloristico sperimentale del pittore si giunge all'universo delle energie sottili, del movimento dell'universo. La cromia bitonale ocra-azzurro che aveva caratterizzato l'esposizione dell'autunno 2011 è qui abbandonata per entrare in un continente da esplorare. Montiano 2011, con una parvenza di edificio ancora riconoscibile, è il passaggio: sulla destra si stagliano su un fondale scuro come la tela di panno di un teatro alcune case irreali, abbagliate di luce bianca. Dalle aperture penetra il nero celato dietro la quinta scenica. A sinistra il processo di decomposizione è già avvenuto. Le case sono ammassi monocromi quasi informi, storti, vacillanti. La terra su cui poggiano è nera come il cielo del lato destro. Il cielo è chiaro, come il terreno del lato opposto. Siamo quindi in presenza di un “divenire”: dalla forma fisica al piano sottile delle energie. Il mondo conosciuto nelle sue tre dimensioni (teatrale, come ne La vita è sogno) si ribalta (bianco/nero) e diventa solo energia. Si tratta di un dipinto quasi profetico, da leggere verso sinistra, come nella lingua sacra ebraica. Dove arriva l'uomo ribaltando il piano sensibile per accedere all'universo del sottile? Giunge in quella realtà costituita da ammassi informi di particelle che non hanno una forma misurabile, che non si possono chiudere in insiemi precostituiti. In Bianco e Nero 1 ci troviamo nel primo stadio di questa nuova realtà. Come nei testi di Castaneda, ciò che ci circonda non è altro che unità cromatiche in movimento. Dalla semplice dis-unione delle “monadi” colorate (possiamo chiamare così le singole particelle cromatiche scomposte come in un'analisi chimica), che costituisce l'alchemico solve, si procede nella seconda fase: quella del coagula. Sciogli e unisci, sintetizza: dal due all'uno. Il processo di coagulazione si percepisce esattamente nel dipinto Planimetrica 2012, dove i frammenti di luce si iniziano a mescolare tra loro, sovrapponendosi tra loro e andando a perdere i loro singoli confini. Si può forse dire dove sia un inizio o una fine? No. Il processo produce un incessante movimento energetico, che non ha né inizio né fine. Siamo di fronte al concetto di “dinamismo eterno”. Assolutamente necessario alla sintesi è il concetto di ritmo, come nella musica prodotta dalle sfere celesti. L'armonia prodotta dalla vibrazione in un determinato tempo è la scintilla divina che immette il moto nell'energia potenziale. È questa la Danza 2011, dove gli atomi di energia, ormai fusi assieme, girano in un vortice circolare, che aggrega le singole parti ancora marginali. Attraverso questo ritmo che ricorda il moto planetario le particelle cromoenergetiche si compattano a poco a poco (Tratto 2 2012), formando così un nucleo di vita costituito da filamenti intrecciati uno nell'altro. E' l'animula, il DNA umano, il nucleo profondo del nostro essere divino. È la scintilla di luce e colore che l'uomo mantiene viva anche in una realtà fisica tridimensionale (qui visibile nello sfondo nuovamente geometrico). Questi filamenti generano infine la vita: i fiori del Tratto 1 2012. Domina un nuovo colore: il verde, appunto unione di due primari (blu e giallo). L'universo duale – maschile e femminile, yin e yang – sintetizzato in UNO e messo in moto attraverso il soffio divino (il ritmo) produce un nuovo universo. Tre fiori, come la Trinità. Il Tre che è in realtà Uno (il sacro vaso, l'urna, la matrice femminile della vita, il Graal). Siamo di fronte ad un percorso iniziatico, dove la realtà conosciuta vuole spingersi verso i confini del vero Sapere. E tutto ha origine dalla lettura destra-sinistra del nostro piano sensibile, dal ribaltamento del giudizio. È come per l'Appeso dei Tarocchi: colui che guarda il mondo coi piedi sospesi per aria.

Michele Andrea Pistocchi è storico e critico d'arte, a lui si devono importanti lavori sulla storia e l'arte romagnola e cesenate

-  Massimo Galuppi Artist 2018  -  Created By Antonioli Andrea
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